Non siamo stati solo immobili

Che le scuole siano chiuse dal 21 febbraio è noto a tutti; nessuno però ha avvertito il personale immobile.

“Mi sentite? Ho suonato con insistenza, ma nessuno entrava o usciva. Ho pensato alla gita di fine anno, all’alternanza scuola-lavoro, a manifestazioni per l’ambiente”, strilla la campanella.

“Io mi sono ingessato: lungo meno di un dito da mesi; credo che i ragazzi siano più sbriciolati e consumati di me”, risponde il gessetto bianco disteso a pancia in su sul terrazzino che sporge dalla lavagna.

“Io sono una televisione spenta. Il cancellino, prima di andare in cassa integrazione, mi ha detto che schemi, scarabocchi e calcoli si sono trasferiti su altre piattaforme. Il nero resta una mia esclusiva, i ragazzi sanno usare i colori”, espone la lavagna.

“Ci stanno staccando e allontanando come durante le verifiche, ma noi rimaniamo in piedi grazie alle incisioni, ricordi di quando eravamo vicini. E vi consigliamo ancora di mettervi sotto la nostra schiena in caso di terremoti, sappiamo quanta energia ci vuole per rimanere fermi”, affermano i banchi della prima fila.

“Perché la vita cominci davvero a volte serve un fatto che la invada e la inquini, come il casuale granello di sabbia che si intrufola nel cuore dell’ostrica”, insegna la cattedra.

“Alcuni di loro tornano domani per la maturità”, sillaba il dizionario d’italiano.

“L’hanno già fatta”, bacchetta l’orologio a parete.

Francesca Parisi