Stare

Abbiamo imparato a stare.

Lo abbiamo fatto più o meno tutti: stare in casa, stare lontani da chi amiamo, stare e basta.

Eppure, ora che torniamo a muoverci, lo facciamo lentamente e a volte un po’ a disagio, come un animale che viene portato lontano da casa e deve di nuovo prendere confidenza col terreno e con l’ambiente che lo circonda. E in questa andatura strana, fatta di distanze, di volti a metà e disinfettante nelle narici, si chiede a voi di tornare a scuola per chiudere con un orale quelli che sì – ve l’hanno detto tutti, ma è vero – forse sono gli anni più belli.

Ma non capita spesso di sapere in anticipo che un dato momento sarà importante: questo è forse l’unico vantaggio della maturità. E quindi vi invito a stare, perché la memoria si porta via tutte le cose e quando andrete per il mondo sarà sempre più faticoso trovare del tempo per farlo.

State seduti su quella sedia anche se la camicia s’incolla alla pelle per il sudore. State con le gambe che ballano e che qualcuno della commissione – c’è sempre qualcuno che lo fa, vi dirà di fermarle. State nell’angoscia che poi diventa sollievo quando ti accorgi che da lì ci passano tutti. State negli sguardi degli altri, che vedi diventare grandi, diversi e leggeri nell’arco di un’ora.

State. Che fuori fa un po’ paura, ma piano piano qualcuno se lo deve riprendere, il mondo.

Rebecca Buselli